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La Rubrica del Fantastico

Storie, leggende e misteri delle colline toscane raccontati da Ferruccio Della Torre.

Il Brigante Barbanera dei Monti di Villa

Racconto raccolto da Ferruccio Della Torre
Rubrica del Fantastico – Cammino di Santa Giulia


Nebbia, vicoli e… una certa Ombretta

Non c’è nulla come una sera di nebbia di novembre per far nascere una storia.

Io e Duccio eravamo arrivati ai Monti di Villa, sui crinali che guardano verso Bagni di Lucca. Vicoli stretti di pietra, case addossate una all’altra, un odore sottile di fumo di legna che veniva dai camini. Il genere di posto dove ogni muro sembra aver visto qualcosa che non vuole più raccontare.

Camminavamo lenti, io con la mia inseparabile lanterna a olio, Duccio con il naso sempre un passo avanti a me. Cercavamo tracce, dicerie, una voce qualsiasi su un nome che rimbalzava da giorni fra Montefegatesi, il Volania e la Garfagnana:

Barbanera.
Il brigante.
Quello “furbo come il diavolo e leggero come il vento”, mi avevano detto.

Fu in uno di quei vicoli che incontrammo Ombretta.

Settant’anni portati con energia, fazzoletto in testa, grembiule scuro e uno sguardo che ti squadra in un secondo. Vedova da tanto, era – come avrei scoperto subito – il gazzettino vivente dei Monti di Villa: sapeva tutto, di tutti, da almeno tre generazioni.

«Lei dev’esse quello che gira a chiedere di Barbanera» mi fece, senza neanche salutare.

Dopo pochi minuti eravamo in cucina, davanti a una stufa a legna scoppiettante, la nebbia ormai chiusa fuori dalla finestra. Duccio, conquistato dal caldo, si era arrotolato sul tappeto. Sul tavolo fumava una zuppa di fagioli e farro, e un bicchiere di rosso faceva da preludio a quel che stava per arrivare.

«Se volete davvero sapere di Barbanera» disse Ombretta, assestando la legna nella stufa, «non vi basta una sera. Ma cominciamo.»


La banda che faceva tremare il Ducato

Ombretta parlava con quella cadenza montanina lenta ma precisa, in cui ogni parola pesa.

«Nella prima metà dell’Ottocento» iniziò, «il Ducato di Lucca e la Garfagnana non dormivano sonni tranquilli. C’era una banda di briganti che sembrava dappertutto e da nessuna parte. Chiese, canoniche, case dei signori piene d’oro e d’argento… la notte venivano “visitate” e svuotate.»

Le autorità dell’epoca, che pomposamente si chiamavano “La Forza”, correvano da una parte all’altra, ma non riuscivano a stringere il cerchio. I colpi erano studiati con cura: informatori fidati in ogni paese, cavalli pronti per lunghe fughe notturne, piani millimetrici.

«La mattina dopo i furti» continuò Ombretta «ognuno dei sospettati era al suo posto, a zappare, a mungere, a tagliare legna. Come se non si fossero mai mossi.»

Fu solo quando due fratelli della banda, i Francesconi di Livorno, si consegnarono alle autorità, che il castello di carte cominciò a crollare. Nel loro racconto comparve più volte un nome:

Monti di Villa – e una zona selvaggia sotto Montefegatesi, lungo il torrente Volania.

Lì, raccontarono, viveva il capobanda Demetrio Prosperi, uomo duro e crudele, e il suo vice, l’uomo che pensava i piani:

Barbanera.


Barbanera: il “buon uomo” che guidava i colpi

«In paese» disse Ombretta «se lo ricordano ancora come uno che in pubblico pareva il più buono del mondo. Educato, sorridente, mai una parola fuori posto. In casa un lavoratore come gli altri.»

Ma dietro quella faccia serena si nascondeva un cervello instancabile.

Barbanera era lo stratega: decideva quando colpire, chi colpire, come entrare e come sparire. Non si esponeva più del necessario, ma la sua impronta era dappertutto.

Quando la banda venne finalmente scoperta e molti finirono in manette, solo uno riuscì a svanire fra i boschi: proprio lui, Barbanera, condannato a morte in contumacia.

«Da quel momento» spiegò Ombretta, «non rubò più. Però la Forza lo inseguì per anni, e lui li prese in giro fino alla vecchiaia.»

E fu allora che Ombretta si scaldò davvero, come se avesse visto quelle scene coi suoi occhi.

«Vuoi sentire qualche trovata delle sue?» mi chiese, riempiendomi di nuovo il bicchiere.
Come potevo dire di no?


La “diarrea improvvisa” e la Forza raggirata

Una mattina Barbanera era andato a vangare al Monte della Madonna. Aveva avvisato casa: «A mezzogiorno torno per mangiare.»

Verso quell’ora prese un palo in spalla e si incamminò verso il paese. A metà strada vide, in lontananza, gli uomini della Forza.

Poteva fuggire nel bosco. Non lo fece. Capì al volo che, ancora, non lo avevano riconosciuto.

Quando si trovarono quasi faccia a faccia, Barbanera lasciò cadere il palo, si sbottonò la cintura, si calò i pantaloni e si mise in posizione come per un bisogno urgente, proprio lì davanti a loro.

«Ma non c’è altro posto?» gli brontolarono i gendarmi.

Lui, con la faccia sinceramente mortificata, disse che prima c’erano delle donne sul sentiero, che aveva resistito quanto poteva e che ora proprio non ce la faceva più per via di una terribile diarrea.

I gendarmi, disgustati ma comprensivi, si allontanarono di qualche passo, chiedendogli se per caso avesse visto Barbanera.

Lui, senza perdere l’occasione, indicò verso il Monte della Madonna:
«Ci ho parlato poco fa: stava vangando lì, fate presto!»

La Forza corse nella direzione indicata, e quando fu abbastanza lontana, Barbanera si tirò su i pantaloni e sparì di traverso nel bosco.

«E così» commentò Ombretta «li fece correre dove aveva appena smesso di lavorare.»


Il Romito di Sant’Anna e i maccheroni

Un inverno Barbanera era allo stremo: fame, freddo e le pattuglie alle calcagna. Giunse al Romito di Sant’Anna, un eremita che viveva appartato e temeva sia i briganti sia la polizia.

Barbanera bussò alla porta chiedendo un pezzo di pane. Il Romito, tremante, si affacciò alla finestra e stava per gettarglielo di fuori, per non farlo entrare.

«Fratello» gli disse Barbanera, con voce dolce, «vuoi proprio trattarmi come un cane? Degnati almeno di darmelo in mano.»

Il Romito si impietosì e aprì appena l’uscio, quel tanto che bastava per allungare la mano. In quell’istante Barbanera infilò un grosso bastone nella fessura, fece leva e si spinse dentro.

Chiuse la porta alle spalle con un: «Non si sa mai chi può arrivare.»

Mangia, si scalda, si allunga vicino al fuoco. Poi, con la naturalezza di chi è a casa propria, annuncia che dormirà lì.

Il Romito, a metà tra la paura e la rassegnazione, gli prepara perfino i maccheroni.

«Perché» commentò Ombretta ridendo «un brigante può anche fuggire, ma con la pancia vuota proprio no.»


La mula che non sopporta il solletico

Un’altra volta Barbanera era ospite a Montefegatesi, in casa di un certo Cardela. A notte fonda bussò la Forza: qualcuno aveva fatto la spia.

Mentre i gendarmi urlavano «Aprite in nome della legge!», Cardela fece un cenno a Barbanera di seguire il piano stabilito. Il brigante, dall’interno, raggiunse la stalla e si nascose sotto la greppia della mula.

La bestia aveva una particolarità: non sopportava il solletico tra la pancia e la coscia.

I gendarmi perquisirono la casa e poi vollero vedere la stalla. Appena uno di loro si avvicinò troppo al fianco dell’animale, Cardela – con finta innocenza – le diede un pizzicotto ben assestato nel punto giusto.

La mula esplose in una tempesta di calci, rischiando di frantumare la faccia all’agente. Fra urla, imprecazioni e polvere, la Forza si convinse che lì dentro non ci potesse essere nessuno, se non quel mostro a quattro zampe.

Cardela, ironico, li invitava ad andare pure più vicino, se ne avevano il coraggio. Se ne andarono furibondi. Barbanera, sotto la greppia, se la rise fino al mattino.


Il diavolo delle capre

Fra coloro che lo proteggevano c’erano i caprai di San Cassiano di Controne. Un giorno la Forza stava portando via un branco di capre trovate fuori dai luoghi consentiti: a quei tempi gli alberi erano sacri, e le capre colpevoli di brucare germogli rischiavano caro.

Il proprietario era disperato. Barbanera allora prese un tridente e un vecchio travestimento da diavolo, con pelli cucite e due lunghe corna.

Scelse un punto stretto del sentiero e attese. Quando gli sbirri arrivarono con le capre, lui saltò fuori dal cespuglio, puntò il tridente e tuonò:

«Giù le armi e indietro le capre!»

Gli agenti, impalliditi, non ebbero bisogno di una seconda spiegazione. Le capre furono ricondotte al loro proprietario, che da quel giorno, raccontava Ombretta, «giurò di aver visto il diavolo in persona… ma con la barba di Barbanera.»


Incisione in bianco e nero che raffigura un paesaggio nebbioso dei Monti di Villa con un sentiero tortuoso, un albero spoglio in primo piano e un borgo montano avvolto nella foschia.
Illustrazione in bianco e nero in stile incisione ottocentesca che mostra Ombretta nella sua cucina montanara mentre racconta a Ferruccio la storia del brigante Barbanera, con Duccio che dorme vicino alla stufa.
Incisione in bianco e nero che raffigura il brigante Barbanera dei Monti di Villa con il suo cane, in stile stampa antica ottocentesca.
Incisione in bianco e nero che raffigura Barbanera mentre tiene una lanterna durante una riunione segreta con i suoi complici nel Mulino di Dolo, luogo simbolo delle attività della banda nei Monti di Villa.
Incisione in bianco e nero che raffigura Barbanera accovacciato fingendo un urgente bisogno fisiologico mentre due gendarmi lo osservano senza sospettare che sia proprio lui il brigante ricercato.
Incisione in bianco e nero che mostra il Romito di Sant’Anna mentre porge del pane a Barbanera, in una scena intima all’interno della sua cella di pietra.
Illustrazione in stile ottocentesco che mostra la mula imbizzarrita mentre Barbanera provoca il solletico per depistare la Forza, con un gendarme sullo sfondo.
Incisione in bianco e nero che raffigura Barbanera travestito da diavolo con pelli di capra e un tridente, mentre spaventa due gendarmi tra un gregge di capre lungo un sentiero montano.
Incisione in bianco e nero che raffigura Barbanera con una lanterna mentre osserva due gendarmi cadere nella botola del pavimento segato, in una scena ambientata in una casa rurale dei Monti di Villa.

Il pavimento segato e l’ultima beffa

Col passare degli anni Barbanera invecchiò. Capì che la caccia non sarebbe durata per sempre. Ma prima di arrendersi, volle un’ultima vittoria.

Si fece vedere nei dintorni di casa, certo che qualcuno avrebbe avvisato la Forza. La notte, di nascosto, segò le tavole del pavimento proprio dietro la porta, lasciandole al loro posto, pronte a cedere al primo peso.

Verso mezzanotte, come previsto, la Forza bussò con energia. Barbanera, seduto vicino al fuoco, chiese chi fosse. Non ebbe il tempo di alzarsi che gli uomini entrarono di slancio.

Il loro peso fece cedere le tavole e precipitarono tutti in cantina.

Mentre scappava dalla porta sul retro, Barbanera si affacciò sul buco e li ammonì:

«Non sapevo che gli uomini della legge passassero il tempo in cantina a godersi il vino!»

Solo alcuni giorni dopo, di sua spontanea volontà, si presentò dal giudice a Borgo a Mozzano. Alla domanda: «Sei tu il famoso Barbanera?», rispose:

«No, ora sono Barbabianca.
Quando ero Barbanera, qui non mi ci ha portato nessuno.»


Processo, ghigliottina e memoria

Ombretta abbassò un po’ la voce.

«Le sue imprese non cancellano il sangue che è stato versato» disse. «Quella fu anche un’epoca dura, di violenze e di dolore.»

Mi raccontò, più sommariamente, dei colpi nelle chiese, delle canoniche saccheggiate, delle famiglie terrorizzate, dei delitti che portarono al grande processo del 1845. Molti briganti finirono davanti alla giustizia, e per alcuni la pena fu la ghigliottina davanti a Porta San Donato a Lucca, sotto gli occhi di migliaia di persone.

Barbanera, invece, aveva già scelto: non concedere a nessuno la soddisfazione di catturarlo, ma presentarsi da uomo, quando ormai la sua leggenda era più grande della sua ombra.


Ferruccio, Duccio e il silenzio dopo il racconto

La zuppa di fagioli e farro era finita, il vino nel bicchiere si era ridotto a un filo scuro. La stufa continuava a scoppiettare, e fuori il vento di novembre passava fra i tetti di pietra.

Ombretta rimase un attimo zitta, guardando la fiamma.

«Qui ai Monti di Villa» concluse «Barbanera è rimasto nell’ombra del tempo, attraverso sentimenti contrastanti:
paura, ammirazione, rabbia, fascino.
C’è chi lo maledice ancora, e chi giura che era un giusto e che rubava solo ai signori.
Io dico che era un uomo.
Furbo, spietato a volte, e anche capace di gesti generosi.
Come tutti noi, solo un po’ più… grande.»

Duccio, nel sonno, si rigirò emettendo un piccolo guaito. Chissà che cosa stava sognando: forse capre salvate dal diavolo, o mulattiere nella nebbia?

Io mi limitai a ringraziare Ombretta. Avevo capito che quella storia non era solo una leggenda di briganti. Era un pezzo di memoria dei Monti di Villa, una ferita e una fiaba allo stesso tempo.

E mentre tornavamo nel vicolo, lanterna in mano e cane al fianco, pensai che da qualche parte, tra i castagneti sopra Bagni di Lucca, ci fosse ancora un tratto di sentiero dove il vento cammina alla maniera di Barbanera:
piano, guardingo, pronto a scomparire al primo rumore.

📚 Nota storica e documentale

La figura del brigante Barbanera, legata ai Monti di Villa e a Montefegatesi, appartiene
al complesso panorama del brigantaggio ottocentesco lucchese. Le sue gesta, tra realtà e leggenda,
furono riportate da vari ricercatori locali e tramandate nella tradizione orale delle comunità montane.

Tra le principali fonti ricordiamo le raccolte di Anchise Bartoli sulle bande lucchesi,
integrate poi da testimonianze raccolte da Giorgio Batini nel volume
“O la borsa o la vita! Storie e leggende dei briganti toscani”, nonché memorie familiari di
abitanti dei paesi della Val di Lima e della Garfagnana.

La ricostruzione narrativa presentata in questo articolo rielabora la tradizione orale e la documentazione
storica locale allo scopo di valorizzare il patrimonio culturale del territorio attraversato dal
Cammino di Santa Giulia.

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